Biografia

Ruffo Cafiero Titta (noto come Titta Ruffo) nasce il 9 giugno del 1877 a Pisa in Via Carraia (ora Via Volturno) ed è qui che trascorre la sua infanzia con la sua numerosa e straordinaria famiglia; si trasferiranno poi a Roma a metà anni ‘80 per la nuova occupazione del padre Oreste come capo di una grande officina che fabbricava cancelli e balaustre.

L’adolescente Ruffo seguirà le orme del padre nel lavoro di fabbro e cesellatore realizzando opere in ferro battuto che ancora oggi possono essere ammirate (Pisa, Roma, Parigi, etc.) ma i frequenti diverbi tra loro spingerà il ragazzo ad allontanarsi da casa trovando, altrove, i mezzi con cui sostenersi ed allo stesso tempo riuscendo ad inviare qualche risparmio alla famiglia; finirà a lavorare in un’officina ad Albano presso Mastro Peppe.

 

Ma il suo destino era il canto in cui si imbatté per caso, quando il fratello Ettore, studente di musica, lo invitò ad assistere alla rappresentazione di “Cavalleria rusticana” di Mascagni al Teatro Costanzi di Roma. Cantavano Stagno e Bellincioni, artisti che segnarono uno spartiacque fra la stagione del melodramma di ispirazione romantica e quella verista.
Per Ruffo fu una folgorazione e mentre tornava a casa si mise a intonare i frammenti che ricordava stupendo tutti gli astanti che per strada ascoltavano la sua voce…altro che officina!

Lo stesso baritono Oreste Benedetti, ospite della sua famiglia, si meravigliò nel sentire questa sua voce apparentemente tenorile, fresca e potente e grazie al suo consiglio decise di studiare canto iscrivendosi a 18 anni al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma; ma dopo sette mesi a causa di diverbi con il suo primo maestro Venceslao Persichini abbandonò il Conservatorio, quindi proseguì i suoi studi a Roma con il baritono Sparapani e poi nel 1897 si trasferì a Milano continuando a studiare canto con il maestro pisano Lelio Casini.

 

Furono inizi duri per il giovane Ruffo, fatti di rinunce e privazioni; frequentava i dintorni della Scala cercando i contatti per ottenere un contratto e nel 1898 si presentò l’impresario Rodolfo Bolcioni, che aveva udito la voce di Ruffo in “Alla vita che t’arride” da “Un ballo in maschera” al teatro Alhambra, e lo scritturò al Teatro Costanzi di Roma per il ruolo di Araldo nell’opera del Lohenigrin; era il 9 aprile 1898.

Dopo il suo debutto al Costanzi, e i primi successi riscossi nei teatri italiani, lo ritroveremo nei principali teatri di tutto il mondo ininterrottamente per 34 anni, applaudito e osannato per la sua voce e la sua interpretazione ormai diventata leggenda nel mondo dell’opera lirica.

 

Accanto alle rappresentazioni teatrali Titta Ruffo non ha mai abbandonato l’attività discografica: inizia nel 1905 con le incisioni per Pathé e, compresa subito l’importanza del supporto tecnologico, l’anno seguente firma un ricco contratto per registrare una nutrita serie di dischi 78 giri, destinati ad un grande successo, con Grammophone Company che lo impegnerà fino al 1912; seguirà poi con la Victor dal 1912 al 1929 per riproporre i cavalli di battaglia del suo repertorio ma anche canzoni popolari e romanze. La sua voce, diffusa anche attraverso le incisioni discografiche, è popolarissima; ed è questo timbro di voce inconfondibile che le future generazioni hanno la fortuna di poter ascoltare.

 

 

La vita artistica di Titta Ruffo si svolge quasi ininterrottamente nel continente delle Americhe dal 1900 al 1929 e quando lo raggiunse la notizia del rapimento di suo cognato Giacomo Matteotti, nel giugno del 1924, era anche allora dall’altra parte del mondo nella capitale colombiana Bogotà. Questo terribile evento segnerà un drastico mutamento sia nella vita sia nella carriera di Titta Ruffo.

Da allora la “parabola” del grande baritono entrò in una fase discendente: dopo due rappresentazioni di Amleto a Pisa nel 1925 non volle più cantare in Italia, ed anche oltreconfine lo scenario non gli era favorevole poiché il regime esercitava le sue pressioni nei teatri ostracizzando l’artista, che cominciò a ridurre progressivamente le interpretazioni operistiche, fino a cessare del tutto per fare posto alle sole esecuzioni concertistiche. Nella sua ultima apparizione, il 10 marzo 1934, a Nizza, vestirà comunque i panni del suo amato e prezioso Amleto, anche se solo nel primo e terzo atto.

 

Lontano dal palcoscenico, non voleva vivere in un paese dominato da un regime a lui inviso e trascorse gli anni di esilio prima a Parigi e poi a Nizza. Il 16 ottobre del 1937, dopo aver pubblicato La mia parabola, in visita ai familiari a Roma, i fascisti gli ritirarono il passaporto e lo condussero alla prigione di Regina Coeli in seguito a denunce esposte all’Ufficio politico della Questura di Roma per aver espressamente dichiarato il suo rifiuto e contrarietà a cantare e collaborare con ambienti legati al regime, finendo quindi per essere etichettato come elemento sovversivo. Fu scarcerato dopo soli tre giorni poiché la notizia destò tale clamore e sconcerto, non solo nell’opinione pubblica, ma specialmente tra la stampa straniera, che le autorità fasciste furono obbligate a rilasciarlo; purtroppo però il passaporto non gli fu restituito poiché ormai non poteva più dimostrare di avere impegni di lavoro fuori d’Italia. Per non incorrere in troppi pericoli, lascia Nizza e si stabilisce prima a Bordighera, località che amava frequentare nei suoi periodi di riposo, e poi a Firenze, circondato dai ricordi dei suoi trionfi e dove morì il 5 luglio 1953. Per sua espressa volontà, riposa al Cimitero monumentale di Milano, fra uomini celebri e monumenti di grandi artisti e scultori.

Famiglia

Una famiglia, quella di Titta Ruffo, che merita attenzione; tra i suoi componenti incontriamo alcune figure di rilievo della storia italiana del ‘900.

  • il padre Oreste (originario di Gombitelli, paese dell’Alta Versilia) discende da una famiglia di artigiani del ferro ed è fabbro egli stesso, uno spirito anticonformista e libertario; significativa è appunto la scelta dei nomi dati al figlio: Ruffo, in ricordo del suo adorato cane morto in una battuta di caccia e Cafiero, come secondo nome, per omaggiare il giovane Carlo Cafiero, già personaggio di spicco del primo socialismo di ispirazione anarchica.
  • la madre Amabile Sequenza, di origine spagnola, figura mite ma con una spiccata vocazione per la cultura e il bel canto che trasmette ai figli, in primo luogo a Ruffo, suo prediletto. Amabile ha un’influenza straordinaria sul carattere e la carriera del figlio e seppe contrastare la volontà del marito Oreste di destinare Ruffo al lavoro nella sua officina.
  • il fratello maggiore Ettore, dedito allo studio della musica, divenne compositore e insegnò musica e canto negli Stati Uniti; assieme alla madre riesce a far intraprendere a Ruffo lo studio del canto.
  • la sorella Fosca, dotata di una promettente voce da soprano, si esibirà anche al seguito di Ruffo nella tournée del 1906 in Russia. Sposa l’industriale milanese di origine boema Emerico Steiner ed hanno due figli: Mino Steiner, avvocato, muore il 28 febbraio 1945 a Ebensee (sottocampo del campo di concentramento di Mauthausen) e Albe Steiner, valoroso partigiano e grande figura di riferimento per la grafica italiana.
  • la sorella Nella sposa il nobile polacco Casimiro Wronowsky, firma autorevole del Corriere della Sera, ed hanno tre figli: Natalia, Pier Lorenzo e Francesca Laura; quest’ultima (venuta a mancare nel 2023) è stata una grande figura della Resistenza italiana, sempre attiva nella promozione dei valori del movimento partigiano.
  • la sorella Settima sposa Guglielmo Steiner, imparentato con Emerico ed anche lui imprenditore, con cui ha tre figli: Velia, Guglielmina e Fiora.
  • la sorella più piccola Velia, con la passione per la scrittura, dà alle stampe giovanissima due libri di versi e un romanzo con lo pseudonimo di Andrea Rota. Velia sposa il socialista Giacomo Matteotti ed hanno tre figli: Gian Carlo, Gian Matteo e Isabella. Con tenacia dedicherà la sua breve vita (muore nel 1938) ai figli e alla memoria del marito contro il regime.
  • la moglie Lea Fontana, figlia della mezzosoprano Adelina Fanton, sposata il 26 settembre 1907; è compagna di vita, punto di riferimento e figura ammirevole nella errabonda vita del marito, oltre che madre esemplare.
  • Il figlio Ruffo Titta jr., custode di tutte le memorie, documenti ed immagini dell’Archivio Titta Ruffo; ha contribuito a preservare e mantenere vivo il ricordo del grande artista.
  • la figlia Velia, amatissima e spesso compagna di viaggio nelle sue tournée.
  • il nipote Paolo Ruffo Bernardini, allora un bimbo adorato dal nonno.

Affetti

Tra le persone che Ruffo ha avuto accanto in particolari momenti della sua vita merita un ricordo il compagno di lavoro con cui trascorreva il tempo libero, conosciuto nell’officina paterna: si tratta del mite e generoso Pietro Cardolini, detto Pietraccio. Dopo l’officina e ormai agli inizi della carriera artistica Ruffo, con incredulità, lo incontra al porto di Valparaíso che vende limoni ai viaggiatori che sbarcavano. È proprio il Cile, paese che vede per la primissima volta il baritono in Sud America e dove Pietraccio era emigrato in seguito ad una disgraziatissima storia, il luogo preposto al loro riavvicinamento; si frequentano per tutto il periodo della stagione lirica a Santiago, con la promessa di rivedersi l’anno successivo. Ma Ruffo ritornerà nella capitale cilena solamente nel 1928 potendolo rincontrare per l’ultima volta nel cimitero di Santiago dove farà mettere una lapide di marmo con l’iscrizione “Al caro Pietraccio il suo Ruffetto” a testimonianza della loro eterna amicizia.

 

Di indiscussa importanza per il giovane Ruffo è la figura di Adelina Fanton (la famosa Benedetta che compare ne La mia parabola). Apprezzata voce di mezzosoprano, conosciuta nella traversata marittima per la tournée in Cile del 1900, esercitò una grande influenza sull’evoluzione della personalità diventando sua musa ispiratrice e compagna ideale: lo spronò a dedicarsi allo studio e a formare un’istruzione propria, quel bagaglio di sapere e cultura che Ruffo non ebbe l’opportunità di costruire in giovinezza. La sua prematura morte, avvenuta nel 1907, provocò in Ruffo uno stato di sofferenza tale da rischiare di distruggerlo fisicamente e artisticamente.

 

Altra persona legata da vincoli affettivi fu certamente Olga Isacescu, conosciuta a Nizza durante una delle tappe del suo esilio “volontario” lontano dal clima romano. Fedele e devota segretaria, assistente e compagna degli ultimi anni della sua vita, lontani dai fasti e dalle glorie, è vissuta nel culto e nell’adorazione del grande artista.

Vita Militare

1916. Terminata la solita stagione al Colón e in procinto di imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti con un ottimo contratto in tasca con la Chicago Opera Company, apprende dal giornale “La patria degli Italiani” la notizia che in Italia erano stati richiamati tutti gli iscritti alla terza categoria della sua classe di leva. Seppur di fronte alle rassicurazioni dell’ambasciatore italiano Italo Cobianchi, che avrebbe sistemato la sua posizione militare facendolo quindi continuare con i suoi impegni artistici, Ruffo decide di rientrare in Italia e, pur non essendo un sostenitore della guerra, non intende mancare a un dovere ma, soprattutto, non tradire tutti gli uomini richiamati alle armi e meno privilegiati di lui che non avevano scelte.

 

Trascorre la leva, senza mai andare al fronte, per tutto il periodo della guerra fino al congedo nel 1918: fu assegnato alla I Sezione motomitragliatrici del Reparto autonomo difesa antiaerea del 33° Reggimento artiglieria da campagna presso il campo d’aviazione di Terni.

Passioni e Interessi

Nella vita di Titta Ruffo un posto di rilievo è riservato alla lettura e alla venerazione per le opere d’arte. Consapevole della sua scarsa istruzione pensa presto di dover porre rimedio. Con i primi risparmi di artigiano del ferro Ruffo compra di seconda mano Il Conte di Montecristo di Dumas e da allora i libri diventeranno i suoi compagni inseparabili per tutta la vita. La sua biblioteca testimonia quanta passione ha dedicato alla lettura ed allo studio: incontriamo Shakespeare, Hugo, Maupassant, Beaumarchais, Tolstoj, Dostoevskij, Carducci, Pascoli, Mazzini e tantissimi altri.

 

Titta Ruffo confessa che la sua unica ambizione era circondarsi di opere d’arte, non avendo potuto da giovane ammirare nella sua stanza che un ritratto di Garibaldi e un’oleografia del Trovatore: in parte riuscì nel suo intento, e per raggiungerlo si privò anche della sua preziosa collezione filatelica, raccolta in circa quarant’anni di vita attraverso il mondo.

Dopo il Palcoscenico

Costretto a rientrare dalla Francia in Italia, poiché privato del suo passaporto dal regime, decide di stabilirsi nella riviera ligure, a Bordighera, cittadina dal clima mite e temperato, consono alla sua salute sempre più cagionevole a causa di problemi alle vie respiratorie. Per il desiderio di voler stare più vicino alla famiglia, residente a Roma, si traferisce a Firenze dove trova il calore di tanti amici e compagni d’arte e il conforto costante di tanti visitatori italiani e stranieri che non hanno certo dimenticato la figura del grande baritono.

 

Una delle persone legate a Titta Ruffo da sincera amicizia è Giacomo Montecucco, conosciuto nel 1942, in un periodo di sofferenze causate dalla guerra e dalla situazione politica. Viene descritto come un uomo dal cuore generoso e di grande umanità e fu per Ruffo di grande conforto e sollievo in quegli anni terribili. Egli possedeva un’imponente collezione di dischi di lirica e nel suo ristorante a Sampierdarena, frequentato dai divi del tempo, aveva una sala da concerto con grammofono.

 

Quando il 26 luglio 1943 si diffonde la notizia dell’arresto di Mussolini, Titta Ruffo si affaccia alla finestra e intona La Marsigliese con un coro crescente di voci che inneggiano alla libertà: è questa, veramente, l’ultima volta che la sua voce echeggerà in pubblico.Purtroppo la libertà fu di breve durata perché l’8 settembre le truppe tedesche invadono l’Italia e, dopo la capitale, cominciano a spadroneggiare a Firenze, dove le “autorità” divenute nazifasciste, sapendo della presenza del sovversivo Titta Ruffo, cercano di incastrarlo con inviti a cantare alla radio. Di fronte al suo rifiuto iniziano giorni bui; si sente braccato ed è sempre alla ricerca di nascondigli sicuri che per fortuna trova sempre grazie ad amici. La sua prima abitazione sul lungarno Acciaioli con vista Ponte Vecchio viene distrutta e dopo precari alloggi si stabilisce definitivamente in un appartamento in Via del Campidoglio 4.

 

Con la liberazione da parte degli Alleati, e respirando il nuovo clima di libertà, il grande baritono decide di partecipare alla vita democratica del Paese come esponente di spicco dell’antifascismo. In vista del referendum pronuncia alla radio un discorso molto forte contro la monarchia e durante le elezioni del ’48 partecipa attivamente alla campagna elettorale nelle liste del Fronte Popolare, anche se poi non viene eletto. Nell’aprile del ’49 viene inviato a Parigi al Primo congresso dei Partigiani per la Pace quale delegato dei lavoratori e degli artisti del Teatro Lirico fiorentino e presidente dell’Associazione antifascisti. La delegazione italiana, guidata da Pietro Nenni, era composta da Elio Vittorini, Renato Guttuso, Salvatore Quasimodo, Natalia Ginzburg e Giulio Einaudi. Negli ultimi anni della sua vita trascorsi fuori dal palcoscenico Titta Ruffo riesce finalmente ad esprimere e manifestare i suoi ideali di pace e libertà e la sua vicenda umana rappresenta ancora adesso un grande insegnamento per tutti.